giovedì 27 agosto 2015

Racconto breve: Ricordi di mille avventure

Tornai a casa dal lavoro, pensando che quella piccola peste di Francesca mi stava aspettando davanti alla porta. Era il suo compleanno, e per festeggiare i suoi 7 anni avevo deciso di prenderle una torta alla crema pasticciera e cioccolato. probabilmente aspettava insieme a Emanuela, una studentessa italiana che il pomeriggio le faceva da baby sitter dopo le lezioni all'università. Scesi dall'auto, e m'avviai verso il portone di casa, cercando di coprirmi di più per non sentire il vento gelato di quella sera invernale. Difficile da fare con una torta in mano. Suonai alla porta e, come m'aspettavo, aprii Francesca. "Ciao papà!" esclamò, per subito abbracciarmi. Vicino c'era Emanuela, e mi guardò con aria... preoccupata. S'avvicinò con un sorriso forzato e bisbigliò con il suo accento inglese: "Lei ha delle domande per te, scusami so che non dovevo, abiamo guardato in soffitta ed abiamo trovato delle foto..."
"Abbiamo, Emanuela" risposi io d'istinto "... Delle foto?"
"Oh ma guarda quanto è tardi!" esclamò lei d'improvviso ad alta voce "devo proprio scappare o non riuscirò a studiare per l'esame di domani! Ciao Francy, arrivederci mr. Thompson". Nel giro di qualche secondo svanì oltre la porta. Mi voltai a guardare Francesca, ed in effetti non era contenta come immaginavo. Mi guardò con i suoi occhi blu intensi, e notai che in mano teneva una foto. Dietro c'era scritto "Jonathan, Michela e Francesca, 1997, Venezia".
Ebbi un tuffo al cuore. Ma non ebbi molto tempo per pensare. "Papà..." disse lei piano "... Lei è la mamma?"
Rimasi per un attimo esterrefatto, senza rispondere. Non sapevo cosa pensare. Poi, dopo quello che sembrava essere un eternità, risposi: "Si".
"Cos'è Venezia?"
"è una città in Italia"
"... possiamo parlare un po' di lei? Non mi dici mai niente di mamma..."
- Si, ormai è ora che ne parliamo- pensai tra me e me. Appoggiai la torta sul tavolino in salotto, e la presi in braccio. I suoi capelli biondi scompigliati sfiorarono il mio viso, mentre lei mi circondava il collo con le sue braccia. "Si certo. Andiamo in camera mia" gli dissi. Mentre salivo le scale, mi passarono in mente un sacco di domande che lei avrebbe potuto farmi a proposito di sua madre, e le conseguenti risposte che avrei potuto dare. Per poi trovarmi con risposte sbagliatissime. - Cercherò di essere onesto e basta- pensai. Arrivammo in camera, l'appoggiai sul letto e mi sedetti al suo fianco.
"... Dov'è la mamma?"
- a posto -
"Sai... non lo so con esattezza. So che di sicuro è in Italia, ma non so esattamente dove."
"Perché non torna a casa?"
- le cose si complicano...-
"Perché ha una grande voglia di libertà, ed io non ero l'uomo giusto per lei. O meglio, non sono rimasto l'uomo giusto per lei..."
"che vuoi dire con queste cose papà?"
"che semplicemente, io sono cambiato, lei no. Una volta eravamo entrambi amanti dell'avventura. Organizzavamo le serate più folli ed i viaggi più pazzi che si potessero fare. Viaggi in Africa con null'altro che una bussola, avventure strane o salti da altezze impressionanti, sport estremi, tutto ciò che poteva darci un po' di brividi. Ci amavamo, ci amavamo molto. E nacqui tu. Io mi ruppi entrambe le braccia pochi giorni dopo la tua nascita, e pensai a come la mia bambina avrebbe potuto perdere un genitore in questo modo, ed io non volevo questo. Così smisi di fare follie e cercai qualcosa di più tranquillo da fare, per potermi prendere cura di te. Tua madre, invece, non poteva sopportare il fatto che eravamo costretti a casa, L'avventura era la sua fonte della giovinezza a parer suo. Un giorno s'innamorò di un ragazzo più giovane, e mi scrisse una lettera con su scritto che si sentiva in una gabbia dorata."
"... La mamma non mi voleva?"
"Oh si che ti voleva" risposi io sicuro "quando tu nacqui, pianse dalla gioia. Ma probabilmente era diverso da quello che s'aspettava, e non era pronta. Lei ti vuole ancora molto bene, Francy."
"... "
"Posso dimostrartelo se vuoi"
Mi guardò con aria sorpresa. Io m'alzai, aprii il mio armadio e presi un piccolo cofanetto nascosto. Lo diedi alla mia bambina.
"... sono lettere"
"Si, leggine qualcuna. so che sei brava a scuola e leggi molto in fretta" risposi io con un mezzo sorriso. Lei lesse molto, ed io pensavo a come si sentiva. Arrabbiata? Sollevata? Confusa di sicuro... Dopo quello che sembrava essere mezz'ora, le chiesi:"noti niente di particolare?"
Lei mi guardò.
"Tutte parlano di me... chiedono di me"
"Esatto. La mamma mi scrive sempre per sapere di te, di quello che fai e di come vai a scuola, e se hai amici... e tutto. Penso non sia ancora pronta a stare con te, ma sono certo che tornerà presto, perché ti ama."
Restammo in silenzio per quello che parve un eternità. Poi mi guardò e mormorò: "... papà, posso chiedere una cosa su di te?"
Rimasi abbastanza sorpreso da quella domanda. "Certo, dimmi" risposi.
"è per colpa mia che hai smesso di fare quelle cose avventurose?"
La guardai, con un sorriso in volto, e le dissi: "Fare il papà è la cosa più avventurosa e bella del mondo piccola mia, e non ti cambierei con nessuna cosa al mondo!"
Francesca fece un sorriso timido e m'abbracciò.

lunedì 20 luglio 2015

Racconto breve: Ciò che non sei

Jack guardò l'orologio, posizionato sopra la scrivania. Ancora 10 minuti e poteva tornarsene a casa. si sistemò il colletto della camicia, e controllò un'ultima volta le e-mail che erano arrivate quel giorno dai vari clienti. Ovviamente con richieste assurde. "Ultimamente" pensò a voce alta " c'è gente che richiede la meglio qualità dei prodotti a dei prezzi miseri. Vogliono comprare una pepita d'oro al prezzo di un sasso". Mentre pensava ciò, il suo capo scese le scale. un uomo di 50 anni, con corti capelli brizzolati ed un fisico robusto. i suoi occhi neri lo studiarono per qualche minuto. "Jack" mi disse "quella camicia non va bene per venire al lavoro"
<ci risiamo> pensò Jack
"L'aspetto è importante nel nostro settore, devi essere sempre elegante al massimo" continuò il suo capo "Quindi domani vedi di venire come si deve"
"ma capo, ho capito che la presenza è importante, ma lavoro dietro le quinte. Nessun cliente mi vede, nemmeno alcuni dei nostri collaboratori ha mai visto la mia faccia..."
"Non m'interessa. se io ti dico vieni elegante, anche se devi portare via la merda del mio cane, tu vieni in maniera impeccabile!"
<allora aumentami lo stipendio!> pensò Jack tra se <i vestiti belli costano, ed io ho le mie spese da affrontare, non posso guadagnare per comprare solo cose per il lavoro!!>
Sospirò in maniera impercettibile, e rispose con un semplice "si ok capo". Alla fin fine gli dici così ed è contento, pensa di averti insegnato qualcosa, almeno questo pensava Jack; qualcosa di assolutamente superfluo e sbagliato ovviamente. l'apparenza non è tutto, è come dire che una persona è buona solo perché è bella.
l'orologio segnò le 18.00 in punto. finalmente Jack poteva andarsene da quel posto, e tornare nel suo vecchio appartamento. Un saluto veloce a tutti, e via verso l'uscita, verso la libertà che agognava ogni mattina prima di andare in ufficio. 
Arrivato a casa, Jack prese una sigaretta, l'accese e si mise a pensare appoggiato al balcone della finestra. Ogni volta che tornava a casa, con la mente andava da qualche parte lontano, in posti magnifici che in pochi avevano visto. quel giorno, Jack decise di andare in Africa: s'immaginava il deserto del Namib, il caldo che batteva sulla sua pelle, la sua gola ardeva per la sete, ma non c'erano problemi, era organizzato. Vide in lontananza una leonessa, che con passo maestoso s'avvicinava silenziosamente ad una preda, un'antilope comune della specie Orice. vide con occhi attenti come la leonessa s'avvicinava, appiattita nell'erba alta per non farsi vedere, le zampe pronte per scattare come una molla. ma l'orice s'accorse che qualcosa non va, e si girò verso il pericolo. ma ormai era tardi: la leonessa fece un grande balzo, e nonostante l''antilope abbia provato a fuggire, le sue fauci si chiusero in una stretta mortale intorno al suo collo. Una scena magnifica e tremenda allo stesso tempo.
ma quel sogno durò poco.
il telefono squillò. Jack riconobbe il numero, quello del suo capo. <non ho un secondo di tregua> si disse.
"pronto?"
"si Jack sono io..."
<ma dai?? non l'avrei mai detto!!>
"dimmi capo"
"Hai controllato le mail?"
rimasi un attimo in silenzio pensando. "si le ho controllate prima di andare via, non c'era nulla di..."
"intendo dire hai controllato ORA le mail?"
<mi prendi per il culo? finalmente ho finito di fare un lavoro che non sopporto e vuoi che lavori anche a casa???>
"no non ho ancora visto, non sono tornato a casa da molto..."
"voglio che ti metti le mail sul cellulare, in modo che potrai sempre essere attivo. ogni mail che t'arriva devi essere pronto a rispondere in ogni momento"
"..."
"..."
"stai scherzando capo"
"per niente. ora installati le mail sul cellulare"
jack non credeva alle sue orecchie. come farsi dominare dal lavoro.
"capo, non so se riesco ad installare le mail sul mio telefonino.."
"non m'interessa" si sentii rispondere "fallo. anche a costo di cambiare telefono, o di craccarlo, ma entro domani voglio che tu riceva le mail sul tuo cellulare..."
<così se ho una vita privata me la faccio occupare dal lavoro, vero stronzo?>
"... e questo è quanto. Ora dai un'occhio a quelle mail, ci vediamo domani, non fare tardi"
<sei tu quello che ha sempre mezz'ora di ritardo ciccione sfigato!> "si capo a domani".
Jack attaccò. si guardò allo specchio. vide un uomo di 30 anni, single, con i capelli biondi e corti, gli occhi azzurri ed un viso ovale e magro. oggi aveva una camicia bianca, jeans e scarpe nere.
Quando aveva deciso di eliminare la propria personalità per il lavoro? Quand'è successo questa trasformazione?
<Chi sono io?> si chiese Jack.

domenica 19 luglio 2015

Racconto breve: l'ubriaco

Entrai nel locale. un paio di curiosi spostarono la loro attenzione verso di me per qualche attimo, ma subito tornavano concentrati a fare ciò che facevano prima del mio arrivo. Silenzioso come un fantasma, m'avvicinai al bancone. Dietro, un ragazzo giovane che conoscevo bene mi sorrise e mi guardò con i suoi grandi occhi scuri.
"Allora, vecchio" mi disse con voce squillante "preparo il solito?"
Non diedi neppure una risposta, feci solo un cenno col capo per confermare.
Quando arrivò il drink lo bevvi lentamente, assaporando il gusto amaro e forte del liquore. Era molto forte, e il giovane barman m'aveva visto fare una smorfia; si avvicinò a me e chiese: "Ma se bere ti fa così schifo, perché lo fai? è da molto che lavoro qui e tu vieni ogni sera da 10 anni..."
"Sono 23 anni che vengo qui ormai" gli risposi. Mi guardò stupito. Io gli ordinai un altro drink.
"Dicevo" continuò, "Vieni ogni sera da molti anni a bere da solo. Non è... ecco...  brutto?"
Brutto? oh, si molto brutto, volevo rispondere. Non bevo mica perché mi piace bere, sai. quello lo fai quando sei giovane, da adolescente, quando spacchi il mondo perché il mondo è alla tua mercé, o per meglio dire, la si crede così la cosa. Io bevo per dimenticare, ma non solo, anche per ricordare. Dimenticare il fallimento che sono diventato, e ricordare il passato, dove avevo sogni, passioni, amore. Bevo perché è l'unico modo per me di cambiare una realtà triste e trasformarla in qualcosa di bello, dove i sogni, anche il più ridicolo, si possono realizzare. E mentre le note di un blues suonano alla radio, i ricordi si perdono, ed esiste solo quella melodia, facendomi dimenticare per un secondo come non ho preso al volo le occasioni per sognare, amare, provare, superare ogni mio limite, Invece guardami, sono costretto a bere, bere per dimenticare, per tornare in un mondo che ora non m'appartene. e domani mi sveglierò, e guardandomi allo specchio mi farò pena da solo, e per non sentire più la desolazione che provo tornerò qui, alla stessa ora, bevendo lo stesso drink. Amico mio, tu che puoi, se puoi, se vorrai, cogli l'occasione, ama, prova, buttati nel turbinio d'emozioni e d'eventi che è la vita.
Ma non potevo dirtelo. Non riuscivo. L'alcol, questa bestia tanto amata, aveva già preso possesso del mio corpo, della mia lucidità.
"Non rompere" risposi.

martedì 7 luglio 2015

Racconto breve: l'incontro

Ogni volta che vedo i tuoi occhi color cielo
Rimango colto dalla meraviglia,
m'immergo nei tuoi pensieri
e sol delle tue labbra avrei voglia,
se non anche di parlarti o d'ammirarti
aspettandoti sulla soglia
col cuore in mano...



Entrai nel bar, come ogni giorno dopo il lavoro, ed ordinai un amaro. Mentre Tanya, la barista, mi serviva, la mia mente vagava in maniera folle da un argomento all'altro, come sempre. Il lavoro, la crisi, la politica, i viaggi... Guardavo il bicchiere, sorseggiavo, e pensavo. Tutto normale, una monotona giornata uguale alle altre, dove il caldo afoso faceva lamentare gli insetti e dannare gli uomini.
Poi, la porta si aprì.
Mi girai, spinto dalla semplice curiosità.
E d'improvviso, tutto ciò a cui stavo pensando svanì.
Lei entrò, ed io persi la capacità di usare la logica.
La prima cosa che notai erano i suoi grandi occhi azzurri. Ma non per il colore, ma per la gioia che trasmettevano, erano vivaci, attenti. I capelli color carota erano sciolti lungo la schiena, incorniciando un viso perfetto in ogni suo lineamento. Le labbra sottili erano curve in un sorriso bianco e splendido.
Io, come un idiota, rimasi fermo a fissarla con la bocca spalancata. Lei mi guardò, mi sorrise nuovamente, ordinò un calice di vino e si sedette vicino ad un'altra ragazza, sicuramente amica sua.
Tanya mi diede un colpo in testa per riprendermi dall'ebetismo momentaneo in cui ero caduto,  "Deh!" mi disse, col suo accento straniero "chiudi la bocca, che c'entrano le mosche!". Mi girai verso di lei, ma non le risposi. Mi guardò perplessa, per poi tornare al lavoro.
La mia mente, nel frattempo, ragionava alla velocità della luce, per processare quello che era successo. <what the fuck è appena successo??> pensai <... Chi è lei?>
La guardai ancora. Stesso effetto di prima. Quando incrociavo il suo sguardo provavo sia ebrezza che calma nella mia mente, come una melodia da sempre amata, che creava un magnifico caos di emozioni, dove il pensiero riusciva a disperdersi in quella fila di infinite note. Dovetti essere rimasto molto a fissarla, perché ad un certo punto la sua amica le disse: "Guarda che quel ragazzo ti sta fissando da un po'..."
Mi voltai, rosso in volto, imbarazzato come non mai, nella speranza che non mi prendessero per cretino. Poco dopo però, sentii una mano che s'appoggiava alla mia spalla, ed una voce dolce e pacata: "puoi anche dirmi come ti chiami se vuoi"
Mi voltai.
Sorrideva.
La guardai negli occhi.
In quei bellissimi occhi chiari.
Flettei le ginocchia e mi buttai nel vuoto.